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Scuola Media: Laboratorio di scrittura creativa

Qualche vincolo per iniziare, continuare l’avvio di un romanzo, reinventare la trama di un’opera d’autore. Liberare la fantasia, darle parola, risalire ai testi letterari e, soprattutto, confrontarsi fra compagni con  vivo senso critico.

Leggi e prova anche tu!

Gli alunni del laboratorio di 2^A

 Stessi spunti, storie diverse

Piero e il vecchio pastore

Piero era un ragazzo di tredici anni che a scuola si annoiava spesso, ma finalmente arrivò il giorno della tanto sognata gita in Valle d’Aosta.
Con la sua mitica classe, di mattina si trovò a visitare la città capoluogo. A mezzogiorno andarono a mangiare nientemeno che in un ristorante trovandosi come primo un piatto a base di pasta al ragù, come secondo delle patatine fritte con il rosmarino e come dolce una fetta di torta squisita. Che bontà!
Con la pancia ben sazia, tutti facevano fatica ad arrampicarsi su un sentiero che li portava ad un alpeggio e improvvisamente cominciò a diluviare. Fortunatamente erano vicini alla baita. Entrarono subito. Dentro c’era un pastore che si chiamava Carlo. Subito accolse con amicizia i ragazzi della classe e li fece avvicinare al camino per asciugarsi. Guardandoli, si ricordò che era successo anche a lui di essere sorpreso da un brutto temporale quando era un ragazzo circa della loro età.
E si mise a raccontare. La sua famiglia era molto povera, aveva dovuto lasciare presto la scuola e quel giorno era il primo in cui portava da solo il gregge a pascolare. Dopo poco era scoppiato un temporale terribile. Una pecora era scivolata in un dirupo e si era rotta una zampa. Lui non sapeva cosa fare, poi si accorse che nelle vicinanze c’era una capanna, vi si diresse con il gregge portando all’interno la pecora ferita. Corse a cercare aiuto. Trovò un pastore con molta esperienza. Il pastore mise una stecca alla zampa della pecora e aspettò con lui che il brutto tempo finisse. Non dimenticò mai quanto bene gli avesse fatto quell’uomo.
Ora stava tornando il sereno, stava finendo di piovere. Evviva!!! Carlo li fece uscire dalla baita e li accompagnò fino al pullman.
Piero tornò a casa con un proposito fermo: anche lui avrebbe sempre aiutato qualcuno in difficoltà.

Chiara e Christian

Scampato pericolo

Piero stava facendo una gita in montagna sul Monte Lagnone quando all’ improvviso si scatenò un temporale.
Vide in lontananza una baita e pensò di raggiungerla. La porta era chiusa, lui bussò e fu accolto da un pastore. Piero rimase intimorito dalla figura dell’uomo: era basso, con la pelle incartapecorita, con una barba folta e lunghissima.
Mentre si sentivano dei tuoni spaventosi, il ragazzo si sedette davanti al camino per asciugarsi. Intanto il pastore gli preparò una buonissima tazza di latte caldo.
Il vecchio cominciò a fare delle domande al ragazzo:
”Allora, dimmi come ti chiami?”
”Piero e lei?”
”Mi chiamo Vachrì Walessio.”
Piero rispose: “WOW, che bel nome!”
E il vecchio: “Quanti anni hai ragazzo?”
“Ho quindici anni e lei?”
Rispose: ”Ne ho sessantacinque, ma adesso basta domande! Bevi il mio latte appena munto! Sai, mi ricordi quando ero bambino.”
E Piero, molto incuriosito, restò ad ascoltare quello che diceva il vecchio pastore: ”Avevo due anni quando mia madre morì  ma, nonostante il dolore e tutti i problemi, mio padre riuscì a farmi crescere senza farmi mancare nulla. A sei anni incominciai la scuola elementare che frequentai fino in terza. I bambini mi prendevano in giro perché io ero vestito male e per come mi comportavo. Non mi trovavo bene, così per non stare con loro, andai subito a lavorare. Allora si poteva, e i grandi non mi avrebbero preso in giro. Presto mi resi conto che il lavoro era davvero molto faticoso, richiedeva impegno e costanza, mentre io pensavo ancora al gioco. Lo riferii a mio padre e lui mi disse: “Ah, bambino! Devi ancora imparare molte cose nella vita, ad esempio avere pazienza.”
Così, mettendomi in testa quelle sagge parole, col tempo che passava, le mie giornate sembravano più sopportabili. Certo la mia vita è sempre stata dura.
“E tu, Piero – si rivolse a me – cosa fai nella vita?”
“Io dovrei essere a scuola ma non voglio più andarci e per questo ho litigato con i miei genitori”
Piero venne interrotto dalla voce del pastore carica di rimprovero:
“Alt! Stai commettendo un grosso errore Piero, anche se ancora non conosco il motivo della tua decisione.”
Piero non osò ribadire. Gli raccontò però che il motivo era esattamente come il suo: anche lui veniva preso in giro dai compagni.
Vachrì disse di portare pazienza e di ricordarsi che una buona istruzione sarebbe stato il tesoro più prezioso della sua vita.
La pioggia cessò e Piero dovette salutare.
Vachrì disse ancora:
“Ragazzo mio non fare sciocchezze e prendi le decisioni giuste!”
Si strinsero la mano, poi  il ragazzo  andò via .
Piero non dimenticò le poche ore trascorse con il pastore: aveva imparato qualcosa sulla propria vita. E ora aveva un nuovo amico.

Oumaima e Sharon

Le elementari di Carlo

Carlo è un ragazzo di tredici anni molto allegro e spensierato, ma con un piccolo problema: LA SCUOLA MEDIA. Non si trova bene né con i compagni né con i professori. Ma perché i suoi genitori avevano cambiato quartiere?
Un giorno decise di andare a fare un giro in bici e si ritrovò nei dintorni della sua scuola elementare dove aveva trascorso cinque anni indimenticabili. Gli vennero in mente tanti ricordi emozionanti legati soprattutto ai suoi maestri, al loro modo di rendere le lezioni originali.
Si ricordò che in terza elementare era arrivata una nuova maestra, la signora Luisella Luraschi, una donna speciale. Insegnava facendo divertire ogni singolo alunno, coinvolgendolo e motivandolo. Quando gli alunni facevano fatica a comprendere l’argomento, lei rendeva la spiegazione più chiara attraverso l’impiego di schemi divertenti e usando un tono umoristico. Aveva sempre una battuta pronta e, spesso, anche in silenzio, comunicava con i suoi occhioni azzurri.
Si ricordò di un giorno in particolare e iniziò a ridere da solo… Quel giorno, mentre affrontava l’interrogazione di storia, si accorse che la maestra aveva tolto le scarpe ed era impegnata a recuperarne una, che raggiunse dopo una serie di acrobazie. Carlo colse l’occasione e iniziò ad esporre l’argomento anche con argomenti inventati. Parlava con disinvoltura, sembrava un vero esperto di eventi storici ma solo grazie alla distrazione dell’insegnante che gli diede un gran bel voto. I suoi compagni non lo tradirono e li sentì dei veri amici. Che classe formidabile!
Oramai i suoi ricordi non si fermavano più. Pensò a tutte le volte in cui i suoi compagni facevano gli spiritosi durante le lezioni, avevano quel qualcosa che rendeva la classe più bella di tutte le altre. Perfino le bidelle si complimentavano perché l’aula era ordinata e ogni tanto regalavano agli alunni qualche oggettino o dolcetto in segno della loro simpatia.
Con tutti questi bellissimi ricordi, che peccato non essere ancora piccolo!

Elisa e Marzia

Ricordi d’infanzia

Io sono Giulio, un ragazzo di tredici anni. A me piace molto cantare, anche se non l’ha mai saputo nessuno a parte il mio migliore amico Alessandro. Lui, però, è morto in un incidente stradale: stava andando in macchina con suo padre a fare una gita in montagna, quando a un certo punto un’auto apparve davanti. Per la brusca frenata, sbatterono la testa. Alessandro morì sul colpo mentre suo padre, dopo 10 giorni di coma, si svegliò.
Quando sono venuto a sapere la notizia, piansi sconsolato per giorni: avevo perso il mio migliore amico. Lo penso sempre. Anche oggi voglio andare al cimitero per portare sulla sua lapide un mazzo di fiori e una poesia fatta da me per lui.
A me piace molto scrivere poesie, già, sono proprio un tipo sensibile. Ne ho già scritte un bel po’ soprattutto sulle stagioni.
Mentre ritorno, mi accorgo di una scuola primaria e mi commuovo ricordando la mia: io preferisco le elementari alle medie, perché lì non c’erano i bulli e invece qui ce ne sono, e tanti. Io sfortunatamente sono una delle loro vittime, ma è meglio essere vittima che  bullo. All’intervallo mi rubano sempre la merenda e io ci tengo al mio panino con prosciutto e formaggio perché me lo prepara mia nonna; io le voglio moltissimo bene, è lei che mi ha cresciuto. Mia madre mi ha lasciato nelle sue mani per problemi di lavoro quando avevo solo due anni e mi ha accudito fino all’età di sette.
Uffa!, perché deve succedere sempre a me di essere sfortunato? Per tutte le elementari c’era con me Alessandro, facevamo insieme ogni cosa e in più mi ricordo di Alice, la mia ex fidanzata e di Matteo, un altro caro amico. Come non ripensare anche alla maestra di matematica che era molto severa e a quella di italiano che invece era molto comprensiva?
Io non ce la faccio più con questi prepotenti e con i miei ricordi d’infanzia dolorosi!
Sono ritornato a casa cupo e disperato. Forse è meglio farla finita. Sì, è meglio farla finita. Mi sto avvicinando al balcone. Adesso mi butto. Mi sento volare…
Esco dal torpore. A poco a poco torno lucido. Ma dove sono? All’ospedale e non so come mai. Ho vicino i miei genitori disperati, mi chiedono perché. Perché. Ma di cosa?
Ora ricordo; un po’ a fatica riesco a spiegare la situazione, che mi mancano i miei vecchi compagni, che la tragedia di Alessandro è per me insuperabile. Mi comprendono e promettono di starmi sempre vicino. Anzi decidono di iscrivermi alla vecchia scuola dove almeno ci sono parecchi dei miei vecchi amici.
Infatti… Sono così contento! Incontro tutti, Matteo, Antonio, Nicolò, Kevin e soprattutto Alice. Mi è tornata la voglia di vivere. Mi sento nel mondo dei sogni. Anche se mi manca molto Alessandro, ho capito che non bisogna mai rinunciare a sperare. Dopo il temporale, torna sempre il sereno..

Franceska

Il sogno di una teen-ager

Ada è una ragazza di dodici anni, vivace, simpatica, soprattutto sognatrice. Ora ha un grande sogno che spera di realizzare: diventare una famosa scrittrice.
La madre le dice che tutti i ragazzi fanno grandi progetti, ma poi non si realizzano. Ada ci rimane molto male. Sa che lei voleva diventare una dottoressa, invece è una maestra d’asilo. Il suo sogno non si è realizzato. Dunque nemmeno lei riuscirà? Si sente triste e avvilita.
Arrivata a scuola, il suo professore nota il suo stato d’animo e la chiama alla cattedra, le chiede cosa sia successo. Ada ammette di essere rassegnata a rinunciare al desiderio di diventare scrittrice, ma lui la incoraggia a non arrendersi; le spiega che se si impegnerà con tanta tenacia riuscirà a realizzarlo.
Per tutta la mattina ripensa alle parole del suo prof. e, arrivata a casa, prende in braccio il suo coniglio di peluche e improvvisamente le viene  in mente che lei quando aveva cinque o sei anni voleva fare la veterinaria e che si divertiva a fingere di curare gli animali della fattoria di suo nonno, però ricorda anche che quando  ne aveva circa nove voleva fare il lavoro di sua madre e giocava ad essere la maestra d’ asilo delle sue bambole. Poi ricorda quando, qualche tempo prima, le era esplosa la passione di scrivere libri. Sospira sconcertata.
Pensa a lungo, poi scende da sua madre e le dice che forse aveva ragione sui sogni, se ne cambiano tanti e non si realizzano. Ma lei non vuole smettere di immaginarsi nel futuro e vuole rendere i sogni realtà costruendoli giorno dopo giorno.
La madre legge la sua determinazione nello sguardo intenso. L’abbraccia fortissimo. Sì, proprio forte forte: va bene così, è giusto così.

Anna

Avevi ragione

«Sono Ester, una ragazzina di dodici anni, ho un sogno: diventare una scrittrice famosa.
Mia madre mi scoraggia dicendomi che tutti da giovani fanno grandi sogni per il loro futuro, ma poi non si realizzano.
Una mattina andando a scuola con lei, improvvisamente le chiedo qual era stato il suo sogno da giovane. La mamma non si aspettava questa domanda ed esitando mi risponde che avrebbe voluto fare l’attrice. Si rattrista e non aggiunge altro.
Io giungo a scuola con la convinzione che i sogni dei ragazzi sono irrealizzabili, infatti mia madre è una veterinaria. Sono molto giù di morale. Entrata in classe, il mio professore di Italiano mi vede triste e mi chiama per chiedermi cosa sia successo. Gli racconto tutto, e subito lui mi assicura che se sono veramente convinta del mio proposito, non devo rinunciarci, impegnandomi si realizzerà e mi racconta di come lui è arrivato ad essere insegnante.
Era a scuola e il suo professore stava spiegando una noiosissima lezione di grammatica. Lui si stava quasi addormentando quando il professore gli aveva chiesto: ”Massimo, non ti interessa l’analisi logica?” Lui non era riuscito a mentire e, suonata la campanella, il professore lo aveva chiamato per domandargli cosa gli piacesse. La poesia, gli interessava la poesia. Così il maestro di italiano gli disse di considerare la sintassi una poesia con suoni e belle immagini. Il suggerimento lo aveva colpito e si era dato da fare: aveva messo in rima le regole grammaticali. Diventare un professore, magari anche poeta, ecco cosa voleva! Quel sogno gli aveva dato una carica formidabile e il suo impegno l’aveva portato lì, in cattedra.»
Questa era la prima pagina del mio diario segreto. Sono passati parecchi anni e ancora la rileggo e ricordo come avessi ascoltato concentrata il mio professore. Quello stesso pomeriggio mi comprai un quadernone in cui scrivevo i miei primi racconti. Qualche anno dopo mi sentii pronta per scrivere un libro che una casa editrice subito pubblicò. Mia madre ne fu felicissima tanto che mi abbracciò e mi disse sussurrandomi nell’orecchio: ”Avevi ragione!”.
Così ancora oggi continuo a dedicarmi ai libri e non smetterò mai. In ciascuno di essi c’è sempre, all’ultima pagina, una frase che invoglia il lettore a non scoraggiarsi e lottare finché il proprio sogno non si realizza.

Silvia

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